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Uno sguardo sul mondo Il Tigrai di Paolo Civera

In questo momento non possiamo viaggiare. Non ci resta che parlarne. Racconterò di un esperienza appena conclusa quest’anno 2020, a gennaio.

L’Etiopia è un paese che ho nel cuore, l’ho visitato ben sette volte scegliendo ogni volta un area diversa. Avevo percorso un po’ affrettatamente il Tigrai in auto, quindici anni fa. Poter visitarlo a piedi mi attirava moltissimo.

Il Tigrai è , o meglio era, una delle province nord in Etiopia. La città principale è Macalè ed una molto significativa Axum, famosa x le sue steli. Una di queste ha adornato una piazza di Roma, fin tanto che si pensò bene di restituirla ai legittimi proprietari. Confina a nord con l’Eritrea, ad ovest col Sudan, ad est con la Dancalia etiope degli Afar , una popolazione che vive in gran parte al limite della sopravvivenza

Il Tigrai si trova su un altipiano che va dai 2000 m di quota ai 2200 m, una serie di montagne contornano gli ampi spazi di pianura per la maggior parte ben coltivati. E’ quasi sempre assolato e col cielo blu intenso. Ha poche risorse d’acqua, il clima è perfetto: fresco-freddino di notte piacevole-tiepido di giorno. Il governo etiope, alcuni anni fa ha promosso la costruzione di muri a secco sui pendii delle montagne in modo da trattenere il più a lungo possibile l’acqua piovana intensa in luglio e agosto e al contempo evitare il dilavamento della buona terra fertile di superficie. Lo straordinario fu la dimensione dell’operazione. Dopo quattro o cinque anni dall’inizio del progetto, quasi tutto il Tigrai fu terrazzato fin quasi in cima alle montagne.

I risultati ci sono stati, il Tigrai oggi vive di agricoltura e di allevamento: bovini , asini, cammelli, capre e pecore.

Torniamo alla visita di questo territorio. Da Macalè , dove atterrammo , ci spostammo a Wukro, un grosso paese che si trova vicino alla strada che dall’altipiano precipita in Dancalia. Tigrini e Afar sono in contatto da sempre, il sale che viene scavato dalla superficie dei laghi della depressione Dancalia è stato trasportato per anni a dorso di cammello o di asino fin su nel Tigrai . Queste carovane offrivano uno spettacolo senza tempo che ora si sta esaurendo poichè le strade hanno raggiunto questi luoghi e il trasporto avviene col camion.

L’obiettivo del nostro viaggio era di percorrere a piedi la regione, visitare alcune delle chiese rupestri più fantastiche ed imparare a conoscere il territorio.

Va detto che il cattolicesimo arrivò in Etiopia nel 335 dopo Cristo. Dopo il concilio di Calcedonia del 351d.C. aderì alla chiesa d’Egitto chiamata anche Coopta. Nel secolo successivo, per resistere all’invasione dell’islamismo in Africa gli Etiopi costruirono le loro chiese in luoghi nascosti e quasi inaccessibili mantenendo così viva la loro cultura cristiana. Questo modo servì a mantenere nei secoli la loro religione evitando tutte le trasformazioni che ci sono state. La loro religione ed i loro riti restano immutati tanto da affiancare col pensiero le funzioni attuali al mondo biblico dell’inizio della nostra era.

Lasciammo Wukro in pulmino percorrendo circa 20 chilometri per raggiungere un ampia piana coltivata dove i contadini stavano raccogliendo i cereali , preparando i covoni . I cereali venivano sgranati facendoli calpestare dei buoi che legati ad un palo camminavano affiancati a cerchio. Lungo tutti i percorsi del trek non incontrammo nessun turista, solo in alcune delle chiese piu’ famose e piu’ facili da raggiungere vedemmo alcuni turisti, sia stranieri che etiopi. Gli abitanti dei villaggi furono molto ospitali, ci capitò di essere invitati al rito del caffe’ e o a partecipare a matrimoni o altre feste.

Il trek consiste nel percorrere in tutta la loro lunghezza le Gheralta Mountains. Sono costituite da una serie di rupi che si elevano per circa 500 m dal vasto altipiano che e’ costellato di piccoli villaggi di contadini e pastori, e’ percorso da strade. La piu’ importante collega Addis Abeba a Axum, e’ asfaltata e abbastanza movimentata, a lato ci sono una serie di piste per soli fuoristrada.

Dopo la guerra Etiopia-Eritrea che aveva ridotto il Tigrai a un deserto, sono stati scavati pozzi per l’acqua, piantati molti alberi, specialmente eucalipti, costruiti i terrazzamenti e vietato il taglio di alberi se non di quelli secchi. Adesso l’area circostante le Gheralta mountains e’ una specie di paradiso terrestre, molto verde, con case costruite in pietra a secco, campi coltivati, cammelli, mucche, asini, capre, pecore e galline in abbondanza. Alcuni villaggi sono privi di energia elettrica, nessuno ha l’acqua in casa, ne’ servizi igienici, ovunque incontrammo bambini con taniche e asinelli che andavano a prendere l’acqua ai pozzi o alle sorgenti. Visto che il legno e’ materiale prezioso, per il fuoco viene usato anche lo sterco dei bovini, messo a seccare sui muretti come in Himalaya. Sui monti c’e’ una vegetazione molto varia e in gran parte spinosa, abbondano soprattutto i fichi d’India.  Nel corso del trek incontrammo qualche famiglia di babbuini e altre scimmie, stranamente tutte ci hanno prontamente evitato, ci hanno spiegato che stanno alla larga dagli umani perche’ i contadini locali le eliminano se le trovano a rubare nei campi. Abbiamo visto poi uccelli e rapaci, marmotte e, un po’ da lontano, 2 iene che vivono proprio in cima alle montagne.

Nonostante i dislivelli molto contenuti, tra i 500 m e i 600 m al giorno in salita e in discesa, non e’ un trek da sottovalutare, ogni giorno percorremmo mediamente 15 km su sentieri (quando ci sono) spesso piuttosto  impervi,  le salite a volte molto ripide con qualche breve e facile passaggio di arrampicata (II° grado ) e qualche tratto su cenge un po’ esposte, sconsigliate per chi soffre di vertigini. Anche il sole si fa sentire, soprattutto nei tratti in bassa quota, dove di solito non c’e’ vento.

Nel trek ogni giorno si scavalca una montagna, ogni giorno si visita almeno una chiesa e a sera si fa il  campo in prossimita’ di villaggi, sempre alla base delle rocce. Tende e bagagli non necessari durante il giorno vengono trasportati in macchina o a dorso d’asino da un campo all’altro, noi camminavamo sempre esclusivamente con uno zainetto da escursione da giornata. Una notte dormimmo dentro una scuola e al mattino assistemmo all’alza bandiera con canti dei piccoli alunni.  Per lavarsi raramente c’era acqua corrente, in genere ci veniva fornito mezzo secchio d’acqua che i conduttori degli asini procuravano la sera. Fece eccezione per il campo nella grande grotta in prossimità del Koraro Village dove c’e’ una sorgente permanente.

I paesaggi sonosempre strepitosi,  vari e sorprendenti. Le lunghe camminate tra alte pareti e cenge impervie, conducevano ogni giorno, a una sommità della montagna o a  chiese  rupestri scavate nella roccia.

Tra Wukro e Axum sono state individuate 120 chiese rupestri, simili nella loro costruzione a quelle di Lalibela,. Sono individuate in cinque assembramenti : Gheralta, Takatisfi, Atsbi, Tembien e Wukro.   Il piu’ importante e’ il gruppo di Gheralta. Le chiese portano o il nome del Santo a cui sono dedicate seguito dal nome del villaggio di appartenenza (Maryam Korkor, Daniel Korkor) oppure portano il nome del fondatore, per esempio Abuna Yemata Guh, dove  Abuna significa Padre o Padre Santo, Yemata e’  il nome del Padre fondatore della chiesa e Guh il nome del villaggio di appartenenza.

A differenza delle chiese di Lalibela, che sono monolitiche, cioe’ scolpite in un unico blocco di roccia e unite al suolo alla base, quelle del Tigrai sono in genere semi-monolitiche, ovvero separate solo parzialmente dalla roccia oppure costruite all’interno di grotte pre-esistenti. Molte si trovano in cima a dirupi, in posizioni quasi inaccessibili.

Fino alla meta’ degli anni ’60 queste chiese erano pressoche’ sconosciute al di fuori dei confini del Tigrai. Ancora oggi poco si sa sulla loro origine e sulla loro storia; la posizione remota e quasi inaccessibile fu dovuta al tentativo di sfuggire alle incursioni musulmane del V secolo. Sebbene la tradizione locale le attribuisca quasi tutte ai re axumiti del IV secolo Abreha e Atsbeha, nonche’ ad altri sovrani del VI secolo, gli storici sono quasi tutti concordi nel farle risalire a un periodo compreso tra il IX e il XV secolo. Le chiese piu’ antiche, quindi, costituiscono un legame artistico, culturale e tecnologico tra Axum e Lalibela.

Descrivere le chiese visitate potrebbe essere monotono, una però merita un cenno.

Si chiama Abuna Yemata Guh. Raggiunte le poche case che formano l’insediamento di Guh, si è dominati da alcuni picchi dall’apparenza estetica dolomitica. Una scalinata non ripida conduce verso una di queste pareti. Raggiuntala ci si trova difronte ad una parete quasi verticale con incisi alcuni buchi svasati. Utilizzando questi si superano 6 o 7 metri in arrampicata piuttosto impegnativa fatta slegati(IV grado). Un canale meno impegnativo permettere di raggiungere una forcella. Da qui si percorre un terrazzino leggermente inclinato verso la parte di circa 150 m che lo sorregge. Dal terrazzino si entra in questa minuscola chiesa dagli affreschi meravigliosi. Superfluo dire che non tutti se la sono sentita di raggiungerla.

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